A cura di Piergiorgio Leaci
Livio Romano, 40 anni, salentino, narratore, come lui stesso si definisce. In attivo diverse pubblicazioni, come un racconto in “Disertori” (Einaudi), tre racconti in “Sporco al sole” (Besa-Books Brothers), i romanzi Mistandivò (Einaudi 2001) e il reportage narrativo “Porto di mare” (Sironi, 2002), il saggio “Da dove vengono le storie” (Lindau, 2000), il lungo reportage dalla Bosnia “Dove non suonano più i fucili” (Big sur, 2005) e l’ultimo “Niente da ridere” (Marsilio, collana X). A mio parere è la penna più interessante del nostro Salento, sia per la maturità stilistica, sia per aver sviluppato un suo stile assolutamente originale.
Quanta ‘vertigine’ c’è nella scrittura di Livio Romano?
Un lettore mi ha detto che leggere “Niente da ridere” è come salire sull’otto volante. Si riferiva alla scrittura velocissima, sincopata, una lunga corsa fino a rimanere senza fiato. Direi che è vertiginoso il ritmo forsennato che vien fuori dai miei polpastrelli, il quale è del tutto inconscio, ovviamente, fa capolino anche quando mi propongo di scriver con più distensione. Riflette la mia personalità ansiosa, irrequieta, tormentata e impulsiva per quanto schermata dal filtro dello humour – c’è un tratto melanconico in tutti i clown: non dico niente di nuovo.
Livio, come si costruisce un incipit?
Scrivere un incipit memorabile, lapidario, di quelli che catturano il lettore e lo fanno sistemare meglio sulla sedia e gli fanno dire “Ohperbacco”: be’ non è una roba che ti viene tutti i giorni. Del resto, più ci pensi, più lo lavori, più lo cambi, e meno ti riesce come volevi. Dunque è meglio andare avanti con la narrazione e magari sperare che prima o poi ti catturi un’illuminazione. Comunque un buon incipit dovrebbe avere dentro già tutto. Protagonista, conflitto, spazio scenico, antagonisti. Come in quel memorabile inizio di Yeoshua nell’Amante: “Avevamo in casa un amante ma si è perso, lo stiamo cercando”. Avevamo? Io e moglie “avevamo”? Se n’è andato? E dove? E perché? Con un incipit del genere il lettore si succhia 500 pagine senza batter ciglio…
Ho letto il tuo ultimo romanzo, “Niente da ridere”. La storia di un trentacinquenne salentino, maestro elementare, giornalista freelance, padre di due bambine, sempre occupato e di fretta, impegnato politicamente… Ci sono molti riferimenti a quella che è la tua vita privata, o sbaglio?
C’è sempre dell’autobiografia in quello che scriviamo, ma appena ti metti a raccontarla, la tua vita, proprio subito, nello stesso istante in cui la metti in scena: si trasforma in qualcosa di diverso, di finzionale, di trasfigurato. Avevo bisogno di, come dire?, conoscere bene il personaggio che avrei messo in scena per la storia che volevo raccontare. Poi gli ho fatto dire e fare cose che non farei e direi manco sotto tortura, però è molto divertente immaginare i lettori che mi conoscono di persona che si arrovellano sulla questione “Sarà davvero successo o se l’è inventato?”. Mi fa piacere che, dopo 50 pagine, tutti mi dicono che si dimenticano di me come persona, e cominciano a immaginare Gregorio Parigino come personaggio a sé.
Come nascono le tue storie? Lasci sedimentare le idee prima di prendere mano alla penna, sono colpi di pura ispirazione oppure costruisci le trame a tavolino, con numerosi fogli e rimandi?
Scrivo liste di appunti, tutto qua. Ho una lista di appunti (che sono spunti, episodi, riflessioni, citazioni) lunga in maniera impressionante. Poi la storia pian piano si delinea. Per il libro che è “in forno”, avevo in mente un uomo di 50 anni che cammina lento in una vecchia auto di grossa cilindrata, di notte, fumando, lungo il nostro litorale. Ne è nato un romanzo a metà strada fra il noir lo storico e il rosa. La storia ha preso una piega che mai avrei immaginato. Certo, quando poi ti metti a stenderlo materialmente, il romanzo (fatica immane, lo sai, migliaia di ore di lavoro, notti intere su una sola frase): a un certo punto, quando hai capito dove andrà a parare la trama, devi farti una mappa almeno mentale, una scaletta, o un disegno del concatenarsi degli eventi.
Un libro che consiglieresti a tutti noi?
Abbiamo un paio di giorni? Domanda da un milione di dollari. Ho innamoramenti totali per certi autori, poi la curiosità mi spinge altrove, spesso in territori letterari diametralmente opposti. Comunque Revolutionary road di Yates è un capolavoro assoluto che racconta moltissime cose sulla coppia, sull’America, sul nostro tempo anche se è stato scritto negli anni ’50.
Le letture che più hanno influenzato la tua scrittura.
Non avrei mai scritto una riga se non avessi letto Tondelli. Secondo me è lui lo spartiacque della letteratura italiana. Quella lingua così sincopata, mimetica, confidenziale, spavalda che c’era in Altri libertini: ruppe tutte le regole. Mostrò come si potesse trasformare il proprio vissuto in prosa poetica. E tutto il resto degli emiliani, ovviamente, Gianni Celati in primis, ma anche il grandissimo Paolo Nori. In seguito ho subito l’influenza dello humour di Wodehouse e di autori inglesi come Hornby (che ho molto imitato –non mi vergogno a dirlo: dall’imitazione nasce il proprio stile- soprattutto nelle tematiche affrontate). Recentemente mi rendo conto che dai polpastrelli vien fuori un distillato di Philip Roth, Foster Wallace e Franzen. Tutto quello che leggiamo, in qualche misura, influenza il nostro modo di scrivere.
Mi piace molto lo stile ironico e alle volte un po’ grottesco che accompagna la tua mano, specie nel romanzo “Mistandivò”, rappresentazione divertente di questo nostro Salento.
L’ironia è davvero fondamentale per il successo di un libro? Ti chiedo questo perché come narratore e agente, ho notato che il lettore contemporaneo non ama leggere storie particolarmente tristi, se non sono spruzzate con un po’ di humour.
Io non ho letto “La solitudine dei numeri primi” perché non mi interessa e perché non possiamo leggere tutto quel che circola, ma non mi pare che sia esattamente un’opera intrisa di ironia. Anzi, tenderei a sovvertire la tua affermazione. Ho l’impressione che il lettore, perlomeno quello italiano, l’ironia la apprezzi poco. Se andiamo a guardare gli ultimi grandi successi editoriale, “Caos calmo” escluso, vediamo che son polpettoni lacrimevoli, saghe familiari a tinte forti, laceranti storie d’amore e passione… Per me l’ironia è un modo per fare un passo indietro, per guardare alla realtà da altri punti di vista, per allontanarmi dalla materia spesso tragica che racconto –del resto: la tragedia, non è massimamente comica?
Come crei i tuoi personaggi?
A volte sono summe di tre o quattro persone realmente conosciute, a volte hanno il fisico di qualcuno e il modo di pensare di un altro. Altre volte ho la necessità di mascherare, di mimetizzare qualcuno che davvero esiste, e lo trasformo in bambino o donna o viceversa. Però queste operazioni non sono a costo zero. Se vuoi essere verosimile, devi poi pensare da donna, far fare a quel personaggio azioni propriamente femminili, e così nasce un personaggio del tutto nuovo rispetto a quello che ti ha ispirato.
Ora una domanda cattiva, Libri da non leggere?
Io direi: quelli che non ci interessano. Sai, molti hanno amato Mistandivò e Porto di mare perché raccontavano una generazione. Poi io son cresciuto e ho voluto mettere in scena la stessa generazione dieci anni dopo. Orbene, molti lettori li ho persi. Son rimasti fermi a quell’età e non li ho trovati interessati a una storia “adulta” (molti altri ho guadagnato, ovviamente). Io non leggo storie che ho l’impressione non parlino di me, semplicemente. Anche un romanzo ambientato nell’Irlanda del 1700 può parlare di me. I libri ti vengono a cercare nel momento giusto, lo diceva Tondelli e io ne sono arciconvinto.
Perché ti definisci un narratore, piuttosto di scrittore?
Perché mi sembra più onesto, mi dà più l’idea dell’artigianato ben fatto. Lo scrittore è colui il quale sacrifica l’intera esistenza a edificare una poetica, a dipingere il grande affresco –romanzo dopo romanzo- del “mondo” che vuol raffigurare. In una parola: lo scrittore scrive per i posteri. A me dei posteri non importa nulla. Vengo dal giornalismo. Ho bisogno di avere un feedback quasi immediato delle cose che scrivo. Ecco, mi sento un cronista, più che altro. Uno che racconta la realtà che lo circonda in forma narrativa.
Concludo con quest’ultima domanda: Una scrittrice/scrittore salentino che meriterebbe essere citato e perché?
Ormai ce ne sono moltissimi, a cominciare da te, ed è straordinaria questa fioritura letteraria nella nostra piccola penisola. Citarne uno farebbe del torto a un altro e viceversa. Detto questo, abbiamo tutti un mondo e un modo diverso da/di raccontare. Ci rifacciamo a modelli lontanissimi. Non c’è una “scuola”, una boheme che ci accomuni. Forse Francesco Lanzo è il narratore che ho sentito più vicino ai miei esordi narrativi, aspetto il suo secondo romanzo con grande curiosità.
Livio ti ringrazio per la tua gentile disponibilità e ti faccio i miei migliori auguri per la tua carriera artistica. A presto.