Assenziolibri

Luglio 23, 2009

Intervista a Cinzia Bomoll

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Cinzia Bomoll

A cura di Piergiorgio Leaci

Cinzia Bomoll, emiliana, vive a Roma dove lavora come autrice e regista. Ha scritto, diretto e prodotto il film “Il segreto di Rahil” con Giorgio Faletti, Lorenza Indovina e Eva Robins  e numerosi documentari per la televisione e diversi cortometraggi, ricevendo premi e riconoscimenti sia italiani sia esteri. Oltre la passione per il cinema, c’è anche quello per la letteratura. Nel 1998 esordisce con il racconto “Figa sfiga senza fuga” nella raccolta “Ho qualcosa da dirvi”, ed. Einaudi Stile Libero curata da Giulio Mozzi e Giuseppe Caliceti. Nel 2006 pubblica il romanzo “Lei, che nelle foto non sorrideva”, ed. Fazi, una storia morbosa tra due sorelle gemelle, l’uno l’opposto dell’altra, una mora e l’altra bionda, la prima incline all’autodistruzione e la promiscuità, la seconda sessuofoba e intransigente, in un continuo alternarsi di odio, amore e dipendenza reciproca, in una famiglia borderline, e il padre punk ha più dimestichezza con i maiali non con gli umani. Una scrittura agile, emotiva, a tratti molto cruda e tagliente.

Nel tuo romanzo “Lei, che nella foto non sorrideva” introduci il tema del doppio, richiamando uno dei classici della letteratura fantastica sulla scissione della personalità, “Lo strano caso del Dott. Jekill e Mr. Hyde di Stevenson, il perenne contrasto tra il bene e il male, da sempre legati da un rapporto di interdipendenza reciproca. Credi davvero che l’uomo possa mantenere il suo equilibrio giocando solo tra le due forze?

Credo che sarebbe bello se fosse sempre possibile, invece a volte questo non succede. Anche nel caso delle mie gemelle ad un certo punto l’equilibrio si spezza e una delle due deve soccombere. Non è forse così anche all’interno dell’io ? una parte di noi a volte deve essere repressa, schiacciata o addirittura annullata per permetterci di avere una vita equilibrata. C’è chi ci riesce e chi no, perché addirittura non vuole. E’ il bello del mondo: la libera interpretazione della vita.

Come è nata l’idea del romanzo?

Il romanzo in realtà è nato dopo la rottura con un ragazzo a cui ero molto legata. Ci definivamo “gemelli” per similarità d’animo e perché eravamo nati lo stesso giorno e anno. Io ho cercato di reagire iniziando a scrivere una sorta di sfogo in cui metaforicamente cercavo di convivere col dolore e la mancanza. Lui è in un certo senso diventato Ester, la sorella gemella che soccombe. Io ero Alice. Poi il resto man mano è scaturito inventando, arricchendo la trama, ispirandomi a ciò che vedevo intorno a me quando abitavo in Emilia. Quando il romanzo era finito mi sono resa conto non lo amavo più e siamo potuti  diventare amici. Lui il libro non l’ha voluto mai leggere, dice che teme di soffrire.

Quale delle due protagoniste è più vicina a te?

Beh, Alice! Ero cinica uguale da ragazzina! Ormai mi sto ammorbidendo. Direi che adesso io potrei essere la Giovanna del romanzo, quella che vuole andare a Roma a fare cinema.

Come costruisci gli ambienti e i personaggi?

Mi piace molto inventare, mutare la realtà che vedo. E’ chiaro che però proprio la realtà che mi circonda o mi ha circondato sta alla base di tutto, anche dell’invenzione. Mi piace descrivere i luoghi geografici per quello che sono, ho una memoria fotografica che mi permette ciò. I personaggi che descrivo cerco invece di esagerarli, farli quasi grotteschi, per poi rendermi conto che nel mondo c’è sempre di peggio o estremo che nel romanzo scritto.

Nel tuo libro fai molto uso dei flashbacks. È una contaminazione cinematografica?

Penso di sì, magari a livello inconscio. Posso dire anche che sono una persona molto nostalgica, vivo di ricordi, di passato, di emozioni legate ad oggetti, vestiti, odori, musiche… e spesso i flash back me li faccio nella mia testa. Diciamo che mi viene naturale.

Hai una discreta esperienza editoriale alle spalle. Come consideri il sistema editoriale italiano  com’è il tuo rapporto con il pubblico?

Per esperienza personale considero il sistema editoriale italiano migliore di quello cinematografico. In Italia si legge poco ma per fortuna si pubblica molto. E’ un controsenso bellissimo! Ma permette più libertà d’espressione. Il mio rapporto col pubblico è confidenziale: mi hanno scritto un sacco di ragazze che hanno letto il mio primo romanzo e mi rivolgevano la parola come ad un’amica, mi ha fatto sentire bene. Loro dicevano di sentirsi capite e questa è  stata per me una soddisfazione.

L’incipit che ti ha maggiormente colpito e perché?

Quello di “La sottile linea scura “di Joe R. Lansdale.

“Mi chiamo Stanley Mitchell, Jr. Tanto mi ricordo, tanto intendo scrivere”

Beh, perché mi ricorda tanto quello che faccio spesso io.

Hai pensato di trarre una sceneggiatura dal tuo ultimo romanzo? E se sì, chi sarebbe secondo te l’interprete femminile più adatta al ruolo?

Certo che ci ho pensato. Mi piacerebbe. Chissà se un giorno ci riuscirò. Come interpreti vorrei due vere gemelle. Non vorrei usare l’espediente dell’unica attrice con l’effetto speciale del doppio. Farei dei provini, che credo sia sempre la cosa migliore per scegliere gli attori, quando la produzione non impone il nome famoso.

Chi è il tuo regista preferito?

Non ce n’è uno solo, ma se sono obbligata a scegliere, metto uno dei primi che veramente costruì un certo cinema: Max Ophuls. A lui si deve tanto di quello che è venuto dopo. Molti grandi si sono ispirati a lui, Kubrik compreso.

Quali sono i tuoi progetti più immediati, sia letterari e sia cinematografici?

Sto finendo il mio secondo romanzo e sto scrivendo la sceneggiatura di un film, che ha già una produzione. Se tutto va bene si gira nel 2009.

Spero di rivederti presto in libreria con un tuo nuovo lavoro. Ti faccio i miei migliori auguri.

Grazie, spero anche io. Ciao Piergiorgio, alla prossima.

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