Assenziolibri

novembre 26, 2011

“Contro e Come” di Paolo Gueli

Filed under: Interviste,Libri da leggere,Lo scaffale — assenziolibri @ 8:56 pm

Contro e Come
Paolo Gueli
Abel Books
Pagine 159
Euro 4,99
ISBN: 9788897513513

Marino vuole una casa editrice che con le sue pubblicazioni di qualità e di impegno aiuterà a salvare il terzo mondo dalla miseria, e la letteratura dai mediocri; Vittorio, l’amore che lo libererà dall’accidia e dalla dipendenza; Nennella, un miracolo dei medici che salverà la vita della sua Lucia.

Ma per La Naja, scrittore duro e tracotante che crede a poco e a nulla salvo forse il genio (il proprio) o lo sconfinato amore per una figlia, i miracoli sono solo superstizione, e i sogni sintomo di impotenza.

Come in una tragedia greca, i personaggi muovono e plasmano la loro vita di eroi dei nostri giorni, oramai nudi, liberi, e privi del cosiddetto destino o di comodi interventi deus ex machina.

Per l’acquisto
http://www.ultimabooks.it/contro-e-come

ottobre 22, 2011

“Clelia, la mia dolce fatina dei sogni” di Potenza Letizia

Filed under: Editoriale,Interviste,Libri da leggere,Lo scaffale — assenziolibri @ 10:51 pm

La mia dolce fatina dei sogni
Letizia Potenza
Prospettiva Editrice (collana Il treno dei desideri)
ISBN: 9788874186594
Pagine 244
Euro 12,00

Narra la storia di una bambina la cui nascita è avvolta da un mistero.
Durante la visita di un’antica villa, scopre la verità, una verità che inizialmente rifiuta ma che poi fa sua. In quell’occasione, la Bella Signora che da tempo aspettava il suo arrivo, le rivela il suo destino. Deve trovare suo padre, il conte Morak, grande conoscitore delle arti  oscure, e riportarlo da lei. Solo così il male che aveva seminato ovunque sarebbe svanito e la pace sarebbe scesa su Villa Morak.
Amareggiata, Clelia apprende che per trovarlo deve abbandonare la sua casa e la sua Terra per sempre. In cambio di questo sacrificio diverrà immortale. La piccola non è interessata allo scambio ma sente che non può fare diversamente. Per trovarlo però, deve andare in un’altra dimensione, è là che Morak si è rifugiato, ed è da lì che controlla tutti e tutto.
Clelia arriva sulla dimensione sconosciuta, si confronta con il male e incredibilmente scopre di riuscire a combatterlo. Dopo varie avventure che la porteranno a conoscere quel mondo e i suoi abitanti, trova Morak e compie il suo destino. Proprio come aveva detto la Bella Signora egli rivede il lei la sua adorata bambina, morta secoli prima e ritornato in se decide di riunirsi alla sua amata che fedele ancora l’aspetta nella loro casa.
Prima di partire le rivela il segreto della sua sfera magica ed è grazie a questa che Clelia riuscirà a viaggiare lungo le dimensioni visitando mondi a noi sconosciuti, è grazie a quella sfera che riuscirà ad entrare nei sogni diventando così, una fatina dei sogni.

Per l’acquisto
http://www.webster.it/libri-clelia_mia_dolce_fatina_sogni-9788874186594.htm

ottobre 19, 2011

“I LOVE MY SKYZZOFRENIA” DI MARTINA RAINERI

Filed under: Editoriale,Interviste,Libri da leggere,Lo scaffale — assenziolibri @ 6:31 pm

NOVITA’ IN LIBRERIA

I LOVE MY SKYZZOFRENIA
MARTINA NERI
SENCA EDIZIONI
EURO 10,00
ISBN 978-88-6122-321-9

L’AUTRICE

Nata a Trieste il 23 luglio del 1982. Inizia a pubblicare con la casa editrice Altromondo, “Ballerine 1, 2, 3″ e di seguito “Morto Addosso” con Ibiskos editrice, “I love my skyzzofrenia” con Seneca editore e la sua ultima pubblicazione “Non mi chiamare per nome” – Seneca editore. Le sue opere intravedono squarci della sua vita quotidiana, ma non la descrivono, non si racconta attraverso i suoi testi. Lascia anche molti brevi volumi sul gruppo editoriale Espresso.

http://www.interrete.it/martina.neri.html

L’OPERA

Parole in fuga dalla realtà verso un teatro di spettatori immaginari o immaginati. Skyzzofrenia come una malattia che rapisce la mente degli spettatori di una televisione in continuo evolversi. “ questa sera guardo la televisione” , “ la solita commedia, il solito dramma, le solite scene?” . Quante volte nella fantascienza abbiamo immaginato la televisione rapire gli animi dell’umanità da enti superiori? Questo è un po’ quello che succede alla coscienza in questa breve raccolta di poesie , una specie di rapimento descritto da dialoghi “leggeri “ in prosa ed in poesia. Skyzzofrenia ricorda la televisione , un ente spesso malvagio per i concetti realistici fals,i o mal interpreti che essa trasmette senza sosta. Un Dio senza regole, con attori e spettatori. Poesie semplici composte da parole di uso comune. Una raccolta di poesie, filastrocche e monologhi dove non si capisce a che punto sta lo spettatore, vittima o amico delle sue parole. Skyzzofrenia è la sintesi di una malattia? Dalla caotica ed invasiva televisione l’autore forse si collega con le sue parole parlando con se stesso o con qualcuno in particolare di cui non svela l’esistenza. “ Benvenuto nel mio disco”. Lo dedica a degli sconosciuti.

http://www.interrete.it/MARTINA.NERI.opera.html

 

 

AtArt

Benvenuto nel mio disco,
se ti perdi fammi un fischio.
Io ti spiego quattro cose
per il resto ci saranno prose,
non trovare rime nell’armadio.
Non ci sono,
non ce ne sono:
io sono a rischio di stupro,
come te
vorrei capire che cosa
hai per me
io non mi drogo
e non ci penso
io non mi arrendo
con il tuo sguardo perverso
prendi in mano un mocio
ed inizia a pulire prima
di partire
non sei nuovo boss
se solo un passamontagna d’estate
che belle risate
credi a me fatti furbo
prendi il tempo e prendici gusto

ottobre 17, 2011

La Casa in pietra grigia come simbolo

Filed under: Editoriale,Interviste,Libri da leggere,Lo scaffale — assenziolibri @ 1:56 am

Incontro con Jelena Banfichi Di Santo, autrice del romanzo “La Casa in pietra grigia”, in occasione della sua seconda edizione rivisitata, edita da Odoya Editrice di Bologna.

La genesi di un racconto, di un romanzo è l’idea. Tutto ruota intorno ad essa, i personaggi, l’ambiente, la struttura, l’intreccio narrativo, lo stile, gli eventi, i dialoghi, tutti elementi che vengono scelti con cura, con esercizio, anche perché l’idea dello scrittore che compone di getto guidato dall’impulso dell’ispirazione è solo una proiezione romantica. Raccontaci come è nato il tuo libro?
Il romanzo è nato per puro caso. Negli anni ‘90 occasionalmente incappai in un vero libello annotato nel 1968 che recitava così: “…Ci hanno mentito, mentito, mentito le madri, i fratelli, i maestri, i catechisti. Ci ha mentito l’aria, l’acqua, il cielo, le stelle. Tutta la nostra storia è un’infilata di menzogne: i gloriosi re, le coronazioni, i bani, i proclami, l’uguaglianza, la fratellanza… Siamo stati ubriacati dalle menzogne sugli eroi che, svegliandosi iracondi… ci vendicheranno. È sicuro che arriveranno; …”
Riflettendo su quella vecchia annotazione, mi resi conto di non aver risolto remoti ingiustificabili oltraggi e decisi di riordinare quelle note, con l’unico scopo di rimuovere quel fardello di nostalgiche memorie attraverso la scrittura per appropriarmi della quotidianità. Un altro caso fortuito fece arrivare gli scritti alla pubblicazione. Amici come Fulvio Tomizza e Lala Romano avevano vinto la mia convinzione che, essendo di madre lingua slava, nono potevo coltivare alcuna velleità di una narrazione in italiano.
L’idea, dunque, appartiene alle mie intime necessità come piccola vendetta letteraria, riscatto di quanti non hanno potuto sottrarsi ai soprusi. Quanto poi alla convinzione che lo scrittore compone di getto, guidato dall’ispirazione, credo che l’impulso è fondamentale. Non si studiano lo stile, l’azione, la struttura. Possono migliorare, ma o ci sono, o non c’è nulla da fare se non sono insiti.

Perché la forma romanzata?

Perché il romanzo è metafora. Consente che la Storia sia retorica, i tempi simulati, i luoghi immaginosi, i personaggi simbolici.
Non amo le biografie e tanto meno le autobiografie in quanto forma elogiativa. Non prediligo il romanzo storico perché legato in comparti stagni di eventi e periodi, per cui relegare la mia scrittura  in queste due categorie è del tutto fuorviante, affrettatamente semplicistico.
Inoltre la narrazione in prima persona consente svolazzo del lirismo rendendola maggiormente nella trasmissione delle sensazioni, che ogni lettore percepisce seconda la propria sensibilità letteraria.

Quanto realismo e quanta invenzione c’è nella tua scrittura?

Nel mio romanzo non esiste l’invenzione in senso del ‘nulla esistito’. I luoghi sono reali, almeno come sono rimasti nella mia memoria. Gli eventi narrati sono veramente accaduti. I personaggi, invece, sono appositamente creati sull’immagine del vissuto comunemente diffuso con peculiarità condensate che possono, attraverso un’identificazione, indurre al malcontento. Questo conferma l’esattezza delle mie osservazioni.
A dire il vero, io non giudico, ma nemmeno entro in sintonia con chi osserva… “Tutti passano come luci, senza lasciare traccia…”

Tre motivi per spingere il lettore ad acquistare il tuo romanzo.

Per curiosità intellettuale, per l’esistenza dall’altra parte della porta di casa nostra, e perché a detta di tutti… è un buon libro, sincero.

Nel tuo romanzo la scrittura è la memoria che fa rivivere luoghi, storie, culture e personaggi nel tempo. “La Casa in pietra in grigia” diventa simbolo di unità familiare davanti ai vari scismi ciclici provocati dall’uomo. Sotto quest’ottica il tuo lavoro acquisisce una valenza civica, storica e umana per le future generazioni, non solo slave. Sei d’accordo con questo mio pensiero?

Attraverso la memoria ho invocato (e non evocato) l’immaginazione per creare quello che mi era mancato. La Casa in pietra grigia è simbolo della forza per la sopravvivenza. Non so che valenza può avere. Il racconto non insegna la vita a nessuno. Ogni lettore gli darà il valore che riuscirà a percepire.

(Piergiorgio Leaci, Agente Letterario)

La Casa in pietra grigia
di Jelena Banfichi Di Santo
Odoya

[…] La Casa in pietra grigia. Solida, cinta da mura alte, spesse. Protetta, chiusa come una roccaforte […] casa che, probabilmente, ognuno di noi dovrebbe avere. Protezione fisica e psicologica […]

[…] La ripida scalinata in pietra bianca di Brazza si arrampicava verso la fortezza Spagnola in mezzo agli usci delle cantine con il forte odore delle botti di vino e dei barili di pesce salato, ai piccoli cortili ricoperti di uve rampicanti […] I fazzoletti di terra racchiusi dai muri, appena innaffiati, lasciavano velocemente evaporare l’acqua e una lieve foschia si innalzava sopra i tetti. A quell’ora di prima sera l’odore di zolla umida, degli alberi sfioriti di frutta e delle erbe aromatiche piantate nei vasi di latta sui ballatoi si sprigionava con prepotenza. Dai camini da poco accesi nelle basse cucine, un lieve fiotto di fumo avvolgeva usci e finestre aperti sulla morbidezza dell’imminente calare dell’oscurità. Tutto si avvolgeva di una nebbiolina vibrante nella trasparenza, mentre il globo rosso infuocato spostato dalle Isole Spalmadori verso Lissa scendeva dietro le loro sagome bluastro brunite, lasciandole improvvisamente solitarie e misteriose, riflesse contro la superficie ancora indorata dell’orizzonte.


Il romanzo

La Casa in pietra grigia è l’antica dimora dalmato-isolana come asse portante di tanti avvenimenti nella vecchia Jugoslavia monarchica e titoista dal 1940 al 1968. Testimonianze del vissuto dal di dentro di singole esistenze che si fanno veicolo delle realtà di intere generazioni.
La scrittura della memoria misurata, ariosa, carica di dettagli disegna preziosi arabeschi di paesaggi, città, luci, difficili rapporti umani nell’intricato coacervo di nazionalità e religioni.
La narrazione si pone a livello più profondo della accezione storica penetrando con l’accuratezza dell’osservazione del substrato mentale di un milieu fuggevole sia a condanna sia all’assoluzione. Una terra d’amore e rifiuto.

La Casa in pietra grigia, nella sua prima edizione, è vincitrice del Premio Letterario Sibilla D’Altavilla da Conversano – 2010 e finalista al Premio Letterario Albinengum Riviera delle Palme Albenga – 2010 e al Premio Letterario Nabokov di Lecce – 2010.

Riferimenti
Interrete Agenzia Letteraria
www.interrete.it

luglio 23, 2009

Intervista a Cinzia Bomoll

Filed under: Interviste — assenziolibri @ 12:43 am

Cinzia Bomoll

A cura di Piergiorgio Leaci

Cinzia Bomoll, emiliana, vive a Roma dove lavora come autrice e regista. Ha scritto, diretto e prodotto il film “Il segreto di Rahil” con Giorgio Faletti, Lorenza Indovina e Eva Robins  e numerosi documentari per la televisione e diversi cortometraggi, ricevendo premi e riconoscimenti sia italiani sia esteri. Oltre la passione per il cinema, c’è anche quello per la letteratura. Nel 1998 esordisce con il racconto “Figa sfiga senza fuga” nella raccolta “Ho qualcosa da dirvi”, ed. Einaudi Stile Libero curata da Giulio Mozzi e Giuseppe Caliceti. Nel 2006 pubblica il romanzo “Lei, che nelle foto non sorrideva”, ed. Fazi, una storia morbosa tra due sorelle gemelle, l’uno l’opposto dell’altra, una mora e l’altra bionda, la prima incline all’autodistruzione e la promiscuità, la seconda sessuofoba e intransigente, in un continuo alternarsi di odio, amore e dipendenza reciproca, in una famiglia borderline, e il padre punk ha più dimestichezza con i maiali non con gli umani. Una scrittura agile, emotiva, a tratti molto cruda e tagliente.

Nel tuo romanzo “Lei, che nella foto non sorrideva” introduci il tema del doppio, richiamando uno dei classici della letteratura fantastica sulla scissione della personalità, “Lo strano caso del Dott. Jekill e Mr. Hyde di Stevenson, il perenne contrasto tra il bene e il male, da sempre legati da un rapporto di interdipendenza reciproca. Credi davvero che l’uomo possa mantenere il suo equilibrio giocando solo tra le due forze?

Credo che sarebbe bello se fosse sempre possibile, invece a volte questo non succede. Anche nel caso delle mie gemelle ad un certo punto l’equilibrio si spezza e una delle due deve soccombere. Non è forse così anche all’interno dell’io ? una parte di noi a volte deve essere repressa, schiacciata o addirittura annullata per permetterci di avere una vita equilibrata. C’è chi ci riesce e chi no, perché addirittura non vuole. E’ il bello del mondo: la libera interpretazione della vita.

Come è nata l’idea del romanzo?

Il romanzo in realtà è nato dopo la rottura con un ragazzo a cui ero molto legata. Ci definivamo “gemelli” per similarità d’animo e perché eravamo nati lo stesso giorno e anno. Io ho cercato di reagire iniziando a scrivere una sorta di sfogo in cui metaforicamente cercavo di convivere col dolore e la mancanza. Lui è in un certo senso diventato Ester, la sorella gemella che soccombe. Io ero Alice. Poi il resto man mano è scaturito inventando, arricchendo la trama, ispirandomi a ciò che vedevo intorno a me quando abitavo in Emilia. Quando il romanzo era finito mi sono resa conto non lo amavo più e siamo potuti  diventare amici. Lui il libro non l’ha voluto mai leggere, dice che teme di soffrire.

Quale delle due protagoniste è più vicina a te?

Beh, Alice! Ero cinica uguale da ragazzina! Ormai mi sto ammorbidendo. Direi che adesso io potrei essere la Giovanna del romanzo, quella che vuole andare a Roma a fare cinema.

Come costruisci gli ambienti e i personaggi?

Mi piace molto inventare, mutare la realtà che vedo. E’ chiaro che però proprio la realtà che mi circonda o mi ha circondato sta alla base di tutto, anche dell’invenzione. Mi piace descrivere i luoghi geografici per quello che sono, ho una memoria fotografica che mi permette ciò. I personaggi che descrivo cerco invece di esagerarli, farli quasi grotteschi, per poi rendermi conto che nel mondo c’è sempre di peggio o estremo che nel romanzo scritto.

Nel tuo libro fai molto uso dei flashbacks. È una contaminazione cinematografica?

Penso di sì, magari a livello inconscio. Posso dire anche che sono una persona molto nostalgica, vivo di ricordi, di passato, di emozioni legate ad oggetti, vestiti, odori, musiche… e spesso i flash back me li faccio nella mia testa. Diciamo che mi viene naturale.

Hai una discreta esperienza editoriale alle spalle. Come consideri il sistema editoriale italiano  com’è il tuo rapporto con il pubblico?

Per esperienza personale considero il sistema editoriale italiano migliore di quello cinematografico. In Italia si legge poco ma per fortuna si pubblica molto. E’ un controsenso bellissimo! Ma permette più libertà d’espressione. Il mio rapporto col pubblico è confidenziale: mi hanno scritto un sacco di ragazze che hanno letto il mio primo romanzo e mi rivolgevano la parola come ad un’amica, mi ha fatto sentire bene. Loro dicevano di sentirsi capite e questa è  stata per me una soddisfazione.

L’incipit che ti ha maggiormente colpito e perché?

Quello di “La sottile linea scura “di Joe R. Lansdale.

“Mi chiamo Stanley Mitchell, Jr. Tanto mi ricordo, tanto intendo scrivere”

Beh, perché mi ricorda tanto quello che faccio spesso io.

Hai pensato di trarre una sceneggiatura dal tuo ultimo romanzo? E se sì, chi sarebbe secondo te l’interprete femminile più adatta al ruolo?

Certo che ci ho pensato. Mi piacerebbe. Chissà se un giorno ci riuscirò. Come interpreti vorrei due vere gemelle. Non vorrei usare l’espediente dell’unica attrice con l’effetto speciale del doppio. Farei dei provini, che credo sia sempre la cosa migliore per scegliere gli attori, quando la produzione non impone il nome famoso.

Chi è il tuo regista preferito?

Non ce n’è uno solo, ma se sono obbligata a scegliere, metto uno dei primi che veramente costruì un certo cinema: Max Ophuls. A lui si deve tanto di quello che è venuto dopo. Molti grandi si sono ispirati a lui, Kubrik compreso.

Quali sono i tuoi progetti più immediati, sia letterari e sia cinematografici?

Sto finendo il mio secondo romanzo e sto scrivendo la sceneggiatura di un film, che ha già una produzione. Se tutto va bene si gira nel 2009.

Spero di rivederti presto in libreria con un tuo nuovo lavoro. Ti faccio i miei migliori auguri.

Grazie, spero anche io. Ciao Piergiorgio, alla prossima.

Intervista allo scrittore Livio Romano

Filed under: Interviste — assenziolibri @ 12:37 am

Lo scrittore Livio RomanoA cura di Piergiorgio Leaci

Livio Romano, 40 anni, salentino, narratore, come lui stesso si definisce. In attivo diverse pubblicazioni, come  un racconto in “Disertori” (Einaudi), tre racconti in “Sporco al sole” (Besa-Books Brothers), i romanzi Mistandivò (Einaudi 2001) e il reportage narrativo “Porto di mare” (Sironi, 2002), il saggio “Da dove vengono le storie” (Lindau, 2000), il lungo reportage dalla Bosnia “Dove non suonano più i fucili” (Big sur, 2005) e l’ultimo “Niente da ridere” (Marsilio, collana X). A mio parere è la penna più interessante del nostro Salento, sia per la maturità stilistica, sia per aver sviluppato un suo stile assolutamente originale.

Quanta ‘vertigine’ c’è nella scrittura di Livio Romano?

Un lettore mi ha detto che leggere “Niente da ridere” è come salire sull’otto volante. Si riferiva alla scrittura velocissima, sincopata, una lunga corsa fino a rimanere senza fiato. Direi che è vertiginoso il ritmo forsennato che vien fuori dai miei polpastrelli, il quale è del tutto inconscio, ovviamente, fa capolino anche quando mi propongo di scriver con più distensione. Riflette la mia personalità ansiosa, irrequieta, tormentata e impulsiva per quanto schermata dal filtro dello humour – c’è un tratto melanconico in tutti i clown: non dico niente di nuovo.

Livio, come si costruisce un incipit?

Scrivere un incipit memorabile, lapidario, di quelli che catturano il lettore e lo fanno sistemare meglio sulla sedia e gli fanno dire “Ohperbacco”: be’ non è una roba che ti viene tutti i giorni. Del resto, più ci pensi, più lo lavori, più lo cambi, e meno ti riesce come volevi. Dunque è meglio andare avanti con la narrazione e magari sperare che prima o poi ti catturi un’illuminazione. Comunque un buon incipit dovrebbe avere dentro già tutto. Protagonista, conflitto, spazio scenico, antagonisti. Come in quel memorabile inizio di Yeoshua nell’Amante: “Avevamo in casa un amante ma si è perso, lo stiamo cercando”. Avevamo? Io e moglie “avevamo”? Se n’è andato? E dove? E perché? Con un incipit del genere il lettore si succhia 500 pagine senza batter ciglio…

Ho letto il tuo ultimo romanzo, “Niente da ridere”. La storia di un trentacinquenne salentino, maestro elementare, giornalista freelance, padre di due bambine, sempre occupato e di fretta, impegnato politicamente… Ci sono molti riferimenti a quella che è la tua vita privata, o sbaglio?

C’è sempre dell’autobiografia in quello che scriviamo, ma appena ti metti a raccontarla, la tua vita, proprio subito, nello stesso istante in cui la metti in scena: si trasforma in qualcosa di diverso, di finzionale, di trasfigurato. Avevo bisogno di, come dire?, conoscere bene il personaggio che avrei messo in scena per la storia che volevo raccontare. Poi gli ho fatto dire e fare cose che non farei e direi manco sotto tortura, però è molto divertente immaginare i lettori che mi conoscono di persona che si arrovellano sulla questione “Sarà davvero successo o se l’è inventato?”. Mi fa piacere che, dopo 50 pagine, tutti mi dicono che si dimenticano di me come persona, e cominciano a immaginare Gregorio Parigino come personaggio a sé.

Come nascono le tue storie? Lasci sedimentare le idee prima di prendere mano alla penna, sono colpi di pura ispirazione oppure costruisci le trame a tavolino, con numerosi fogli e rimandi?

Scrivo liste di appunti, tutto qua. Ho una lista di appunti (che sono spunti, episodi, riflessioni, citazioni) lunga in maniera impressionante. Poi la storia pian piano si delinea. Per il libro che è “in forno”, avevo in mente un uomo di 50 anni che cammina lento in una vecchia auto di grossa cilindrata, di notte, fumando, lungo il nostro litorale. Ne è nato un romanzo a metà strada fra il noir lo storico e il rosa. La storia ha preso una piega che mai avrei immaginato. Certo, quando poi ti metti a stenderlo materialmente, il romanzo (fatica immane, lo sai, migliaia di ore di lavoro, notti intere su una sola frase): a un certo punto, quando hai capito dove andrà a parare la trama, devi farti una mappa almeno mentale, una scaletta, o un disegno del concatenarsi degli eventi.

Un libro che consiglieresti a tutti noi?

Abbiamo un paio di giorni? Domanda da un milione di dollari. Ho innamoramenti totali per certi autori, poi la curiosità mi spinge altrove, spesso in territori letterari diametralmente opposti. Comunque Revolutionary road di Yates è un capolavoro assoluto che racconta moltissime cose sulla coppia, sull’America, sul nostro tempo anche se è stato scritto negli anni ’50.

Le letture che più hanno influenzato la tua scrittura.

Non avrei mai scritto una riga se non avessi letto Tondelli. Secondo me è lui lo spartiacque della letteratura italiana. Quella lingua così sincopata, mimetica, confidenziale, spavalda che c’era in Altri libertini: ruppe tutte le regole. Mostrò come si potesse trasformare il proprio vissuto in prosa poetica. E tutto il resto degli emiliani, ovviamente, Gianni Celati in primis, ma anche il grandissimo Paolo Nori. In seguito ho subito l’influenza dello humour di Wodehouse e di autori inglesi come Hornby (che ho molto imitato –non mi vergogno a dirlo: dall’imitazione nasce il proprio stile- soprattutto nelle tematiche affrontate). Recentemente mi rendo conto che dai polpastrelli vien fuori un distillato di Philip Roth, Foster Wallace e Franzen. Tutto quello che leggiamo, in qualche misura, influenza il nostro modo di scrivere.

Mi piace molto lo stile ironico e alle volte un po’ grottesco che accompagna la tua mano, specie nel romanzo “Mistandivò”, rappresentazione divertente di questo nostro Salento.

L’ironia è davvero fondamentale per il successo di un libro? Ti chiedo questo perché come narratore e agente, ho notato che il lettore contemporaneo non ama leggere storie particolarmente tristi, se non sono spruzzate con un po’ di humour.

Io non ho letto “La solitudine dei numeri primi” perché non mi interessa e perché non possiamo leggere tutto quel che circola, ma non mi pare che sia esattamente un’opera intrisa di ironia. Anzi, tenderei a sovvertire la tua affermazione. Ho l’impressione che il lettore, perlomeno quello italiano, l’ironia la apprezzi poco. Se andiamo a guardare gli ultimi grandi successi editoriale, “Caos calmo” escluso, vediamo che son polpettoni lacrimevoli, saghe familiari a tinte forti, laceranti storie d’amore e passione… Per me l’ironia è un modo per fare un passo indietro, per guardare alla realtà da altri punti di vista, per allontanarmi dalla materia spesso tragica che racconto –del resto: la tragedia, non è massimamente comica?

Come crei i tuoi personaggi?

A volte sono summe di tre o quattro persone realmente conosciute, a volte hanno il fisico di qualcuno e il modo di pensare di un altro. Altre volte ho la necessità di mascherare, di mimetizzare qualcuno che davvero esiste, e lo trasformo in bambino o donna o viceversa. Però queste operazioni non sono a costo zero. Se vuoi essere verosimile, devi poi pensare da donna, far fare a quel personaggio azioni propriamente femminili, e così nasce un personaggio del tutto nuovo rispetto a quello che ti ha ispirato.

Ora una domanda cattiva, Libri da non leggere?

Io direi: quelli che non ci interessano. Sai, molti hanno amato Mistandivò e Porto di mare perché raccontavano una generazione. Poi io son cresciuto e ho voluto mettere in scena la stessa generazione dieci anni dopo. Orbene, molti lettori li ho persi. Son rimasti fermi a quell’età e non li ho trovati interessati a una storia “adulta” (molti altri ho guadagnato, ovviamente). Io non leggo storie che ho l’impressione non parlino di me, semplicemente. Anche un romanzo ambientato nell’Irlanda del 1700 può parlare di me. I libri ti vengono a cercare nel momento giusto, lo diceva Tondelli e io ne sono arciconvinto.

Perché ti definisci un narratore, piuttosto di scrittore?

Perché mi sembra più onesto, mi dà più l’idea dell’artigianato ben fatto. Lo scrittore è colui il quale sacrifica l’intera esistenza a edificare una poetica, a dipingere il grande affresco –romanzo dopo romanzo- del “mondo” che vuol raffigurare. In una parola: lo scrittore scrive per i posteri. A me dei posteri non importa nulla. Vengo dal giornalismo. Ho bisogno di avere un feedback quasi immediato delle cose che scrivo. Ecco, mi sento un cronista, più che altro. Uno che racconta la realtà che lo circonda in forma narrativa.

Concludo con quest’ultima domanda: Una scrittrice/scrittore salentino che meriterebbe essere citato e perché?

Ormai ce ne sono moltissimi, a cominciare da te, ed è straordinaria questa fioritura letteraria nella nostra piccola penisola. Citarne uno farebbe del torto a un altro e viceversa. Detto questo, abbiamo tutti un mondo e un modo diverso da/di raccontare. Ci rifacciamo a modelli lontanissimi. Non c’è una “scuola”, una boheme che ci accomuni. Forse Francesco Lanzo è il narratore che ho sentito più vicino ai miei esordi narrativi, aspetto il suo secondo romanzo con grande curiosità.

Livio ti ringrazio per la tua gentile disponibilità e ti faccio i miei migliori auguri per la tua carriera artistica. A presto.

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